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sentimenti
23 marzo 2009
AMORE DELL'ALTRO O AMORE DI SE'?





Scrive Stephen Micthell psicoanalista americano. "Se io ti do il mio amore, che cosa ti sto dando di preciso? Chi è l'Io che sta facendo questa offerta?"


"Ancora non riesco a capire la differenza, se di differenza si tratta, tra il desiderio dell'Altro e la cura di se stessi nel sentimento amore. Nella coppia è desiderabile andare incontro ai desideri dell'altro e questo sentimento richiede attenzione, tempo, sensibilità. Ma i propri desideri e quindi l'amore verso se stessi, quanto si spiegano in una relazione con l'altro? Perchè amare se stessi, e quindi ricercare la propria felicità e realizzazione nel lavoro, nella vita, nei rapporti con gli altri, può creare nell'altro dubbi e incertezze dell'altrui importanza. E allora mi chiedo: amare l'altro, desiderare il suo benessere fisico e psichico, può convivere con le ragioni dell'amore verso se stessi che presuppongono le stesse priorità? "Se è vero, come dice Freud, che l'amore è l'unica condizione per poter vivere, non c'è alcun dubbio che amare l'altro è, di fondo, amare se stessi. Questo amore di sè non è da leggere nell'accezione egoista del termine, non è la soddisfazione dei propri bisogni o dei propri desideri, non è l'autorealizzazione resa possibile dalla dedizione dell'altra. E' semplicemente ciò che rende possibile quel dialogo (che molti evitano) tra la propria parte razionale e la propria parte folle, a cui la nostra natura c'invita per giungere a una compiuta espressione di sè. Amore infatti non è una faccenda dell'Io, ossia della nostra parte razionale.
E questo ognuno lo sa quando, interrogato, non sa fornire alcuna spiegazione a chi gli chiede ragione del suo amore. Ma ognuno lo sa anche quando, pur essendo consapevole che quell'amore è sbagliato, dichiara di non potersene comunque liberare. Per la stessa ragione nessuno crede fino in fondo all'altro quando dice "Io ti amo", perchè amore non è una faccenda dell'Io, dal momento che, come ci ricorda Freud: "L'Io non è padrone in casa propria", perchè non conosce le forze che determinano quelle che l'Io considera sue scelte. Ma l'abisso folle che ci abita vuole espressioni che sappiano raggiungere le nostre regioni più lontane, più abissali, più indistinte nei loro indiscernibili confini, per assaporare come il piacere s'intreccia col dolore, la maledizione con la benedizione, la luce del giorno con il buio della notte, perchè da quel fondo tutte le cose appaiono incatenate, intrecciate, innamorate, senza quelle visibili distinzioni tanto care all'Io razionale, che per questo si difende dall'inoltrarsi negli abissi del cuore. Finchè un giorno incontriamo qualcuno che nel suo volto riflette questi abissi e, come uno specchio, ce li rinvia come domanda inquietante, che turba la visione fino allora chiara e lucida che il nostro Io s'era fatto del mondo. A quel punto, quando il riflesso è reciproco, è amore, come inevitabile messa a nudo di sè tramite l'altro. La scoperta della nostra follia segreta ci attrae e c'inquieta, ma con le sole forze dell'Io non possiamo inoltrarci in quelle regioni che o sono inaccesibli o ci possono travolgere. E allora abbiamo bisogno dell'altro, come Dante di Virgilio per scendere all'Inferno. Amiano l'altro perchè tramite lui scopriamo noi stessi e l'altro tramite noi scopre se stesso. Per questo non amiamo chiunque, ma solo chi riflette fedelmente i nostri abissi. Qui è anche l'essenza del pudore che ci vieta di metterci a nudo con chiunque, ma solo con chi è fedele riflesso della parte sconosciuta di noi. Solo con lui o lei possiamo scendere nella nostra follia che ci affascina, sperando di poter riemergere e non restarne prigionieri. Apparentemente amiamo l'altro, in realtà tramite l'altro, amiano le nostre imperscrutate profondità. Una volta scese nella nostra follia, grazie alla mediazione dell'altra cui riconosciamo “di averci fatte impazzire”, non riemergiamo più come eravamo, perchè, dopo esserci concesse al cedimento dell'Io, l'altra parte ci noi ci ha contaminate. E per effetto di questa contaminazione, qualuqnue sia l'esito della vicenda d'amore, noi non siamo più quel ch'eravamo. Questa continua rinascita, sia nei segreti della fedeltà sia nei in quelli del tradimento, è ciò cui la vita, che non può vivere se non nel continuo rinnovamento di sè, c'invita, con quello sguardo ora seducente ora inquietante che ciascuno incontra in ogni vicenda d'amore, dove però non è l'altro che incontriamo, ma l'abisso della nostra anima che l'altra riflette. Amore dell'altro quindi, dettato dall'amore di sè. Di questo era ben consapevole Platone là dove scrive: "Gli amanti che passano la vita insieme non sanno dire che cosa vogliono l'uno dall'altro. Non si può certo credere che solo per il commercio dei piaceri carnali esse provano una passione così ardente a essere insieme. E' allora evidente che l'anima di ciascuna vuole altre cose che non è capace di dire e perciò la esprime con vaghi presagi come divinando da un fondo enigmatico e buio."

Umberto Galimberti "da La Repubblica delle Donne".




permalink | inviato da HeavenonEarth il 23/3/2009 alle 10:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa
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